Il fu Berlin Consensus
Il cieco rigorismo made in Deutschland non convince gli investitori internazionali, come emerge dall’andamento ancora troppo volatile di Borse e Lady Spread. Ora però – questa è la novità – anche la legittimazione politica del Berlin Consensus rischia di sfaldarsi. Gli indizi non mancano, a partire da quanto sta avvenendo in Spagna.

Il cieco rigorismo made in Deutschland non convince gli investitori internazionali, come emerge dall’andamento ancora troppo volatile di Borse e Lady Spread. Ora però – questa è la novità – anche la legittimazione politica del Berlin Consensus rischia di sfaldarsi. Gli indizi non mancano, a partire da quanto sta avvenendo in Spagna. Il premier conservatore di Madrid, Mariano Rajoy, ha scelto una strada riformatrice lastricata di risanamento fiscale e riforme strutturali, ma allo stesso tempo si è distinto come il primo capo di governo di un paese “periferico” ad aver sfidato apertamente Berlino (e il paravento Bruxelles) con la decisione di rimodulare la velocità di rientro del deficit di bilancio. Il feticcio della disciplina fiscale inizia a essere messo in discussione su più ampia scala anche in Irlanda: il governo di Dublino ha applicato alla lettera i dettami dell’austerity e oggi la sua economia è più vitale di tante altre; proprio per questo, nella popolazione, s’avanzano forme di disobbedienza civile contro l’ennesimo balzello imposto sulla proprietà immobiliare.
Un malessere che potrebbe diventare decisivo in occasione del referendum annunciato sul Fiscal compact. Il senso comune per una volta è anche buon senso: mentre è ragionevole ridurre la spesa pubblica, meno utile è alzare le tasse solo per perseguire hic et nunc un equilibrio contabile. A temperare gli eccessi rigoristi potrebbero poi arrivare due risultati elettorali. Non solo quello della Grecia, paese in cui i sondaggi danno per maggioritari i partiti più ostili alla stretta fiscale, ma soprattutto quello della Francia. Se il 6 maggio sarà il candidato socialista, François Hollande, ad aggiudicarsi la corsa all’Eliseo, le bandiere rosse non inizieranno certo a sventolare a Bruxelles, eppure un minimo riequilibrio dell’asse Berlino-Parigi sarà obbligato. Perfino in Olanda, solido alleato della Germania nel predicare austerity nelle economie altrui, il governo di minoranza sembra avviato ad ammorbidire le sue posizioni. Anche perché all’interno dei confini tedeschi, necessitando il Fiscal compact del voto di due terzi del Parlamento per essere approvato, torneranno a pesare le posizioni dell’opposizione socialdemocratica, che rispetto ad Angela Merkel è meno ossessionata dal rigore. In attesa che anche Monti riprenda l’iniziativa sull’annunciato “piano per la crescita europea”, Berlino potrebbe decidersi presto ad ascoltare di più i partner europei.